NEUROSCIENZE e SCIENZE COGNITIVE
La coscienza
nelle Neuroscienze
intervista del 7/01/01 a Francisco Varela
rilasciata all'Enciclopedia Multimediale delle Scienze
Filosofiche
(www.emsf.rai.it/inerviste/interviste.asp?d=452)
Conversazione con Sergio
Benvenuto
1. L'argomento della nostra
conversazione sarà la coscienza nelle neuroscienze. Ci può delineare la
situazione del dibattito odierno su questo tema?
Vorrei cominciare con una breve
retrospettiva storica, che secondo me è importante per capire quello che
sta succedendo. Lo studio della coscienza come oggetto di scienza è
collegato evidentemente con le neuroscienze cognitive, come si dice
oggi. È un tema che come una malattia nevrotica è stato rimosso, è
ritornato, è stato rimosso una seconda volta e adesso ritorna di nuovo.
Ci sono periodi in cui viene messo completamente da parte e altri in
cui suscita una vera e propria infatuazione. All'inizio del secolo è
stato appunto una passione in Europa e in America, soprattutto in
Germania, ma anche in America con William James, considerato che la
psicologia, che a quel tempo era l'equivalente delle neuroscienze, era
interessata essenzialmente al problema della coscienza. Ma era anche in
voga quello che si chiama oggi metodo in prima persona, l'accesso
fenomenologico, diretto, introspettivo ai contenuti della mia propria
esperienza.
Si può osservare che tra il 1890 e il 1930-1940 circa,
l'interesse per lo studio scientifico della coscienza per ragioni
diverse, che non avremo il tempo di sviluppare oggi, ha subito
un'eclisse e mentre dopo la Seconda Guerra Mondiale la scienza europea è
rimasta bloccata, per riprendere negli Stati Uniti, negli Stati Uniti si
è avuto il ciclo inverso della rimozione totale del tema, ed è
cominciato il periodo del comportamentismo, il periodo skinneriano, il
periodo in cui solo oggetto di scienza era il comportamento. Il
comportamentismo - per il quale lo studio scientifico della mente poteva
prendere come oggetto solo la manifestazione esterna del comportamento,
del movimento, la percezione, l'intensità della percezione ecc. - ha
segnato un'epoca, ha dominato per un lungo periodo la psicologia
certamente, ma anche lo studio dei sistemi neuronali.
Per un lungo
periodo di tempo - dunque non è stato un fatto episodico - il
comportamentismo ha costituito una specie di dogma, che ha dominato gli
ambienti scientifici degli Stati Uniti ed ha avuto un influsso anche in
Europa. È vero che ci sono sempre delle eccezioni nella storia, ma
adesso sto parlando delle tendenze dominanti. Quello che ci interessa
sapere è che negli anni Sessanta, e all'inizio dei Settanta, comincia
quella che si chiama oggi retrospettivamente la rivoluzione cognitiva.
Che cos'è la rivoluzione cognitiva? La rivoluzione cognitiva
consiste nel dire che l'approccio puramente comportamentista non sembra
sufficiente a rendere conto di tutto quello che si osserva nella vita
degli animali e degli uomini, e bisogna fare l'ipotesi - l'ipotesi
cognitivista, appunto - che da qualche parte ci siano strutture interne,
contenuti propri alla vita della mente, processi mentali non riducibili
a meri comportamenti, come la memoria, la pianificazione,
l'associazione, e via di seguito.
Così è cominciato negli anni
Settanta con grande successo e un rapido sviluppo il ritorno ai
contenuti della mente attraverso la nozione di "cognizione".
Dal
termine "cognizione", che è diventato centrale a quel tempo - stiamo
parlando degli anni Settanta - ed è ancora oggi molto molto importante,
prendono nome le scienze cognitive, in cui elementi provenienti dalla
psicologia, dalla linguistica, e beninteso dalle neuroscienze,
concorrono alla creazione di una disciplina che si sforza di studiare i
contenuti cognitivi in quanto tali. Anche qui ci sono molte scuole,
molte differenze, tendenze diverse: per esempio c'è un approccio che
considera la cognizione come un sistema computazionale, come dei moduli
computazionali; poi c'è un approccio più dinamico che si chiama
connessionismo. Non intendo parlare di tutto questo. Resta comunque il
fatto che quando ho cominciato a lavorare come ricercatore negli anni
Settanta, quando ero attivo come ricercatore, era permesso, anzi era al
centro dell'interesse lo studio della cognizione, mentre era vietato -
dico bene: vietato -, scorretto, in un certo senso, parlare di
coscienza.
La coscienza restava come qualcosa di mistico, di
pertinenza dei filosofi, più che un tema scientifico. È stato necessario
attendere l'inizio degli anni Novanta, perché ancora una volta, in
questo ciclo maniaco-depressivo della storia della scienza, tutt'a un
tratto, per l'intervento di una serie di fattori che si potrebbero
eventualmente analizzare, si facesse strada finalmente l'idea che si
potevano apprendere molte cose sulla cognizione: come nasce un'idea di
movimento, come si costruisce un ricordo, come funziona l'emozione e
così via, tutti i moduli in cui si articola la vita cognitiva di un
animale o di un essere umano. E finalmente fa la sua comparsa qualcosa
che mancava ancora e che sta in relazione di prossimità assoluta con la
vita dell'uomo: la coscienza, il vissuto.
È nata allora quasi
improvvisamente una nuova ondata di quella che si chiama oggi scienza
della coscienza. E tutt'a un tratto è diventato accettabile, anzi
auspicabile, parlare di coscienza e chiedersi qual è l'apparato
cognitivo che rende possibile l'esistenza di un vissuto, l'esistenza di
un mondo fenomenico [phénoménal]. Beninteso si parla sempre di animali -
certi direbbero che [la coscienza] si trova soltanto nell'uomo, altri
direbbero che è presente anche nei primati superiori. Ma, in tutti i
casi, sotto determinate condizioni, l'apparato cognitivo, di cui
sappiamo ormai parecchie cose, rende possibile l'apparizione di questo
fenomeno unico nell'universo che è avere un vissuto, o per usare
l'espressione del filosofo americano Thomas Nagel, autore di un famoso
articolo: "Che effetto fa essere un pipistrello" (1974), potersi porre
la domanda "che cosa significa essere qualcuno?" e, per implicazione,
"che cosa vuol dire avere un'esperienza?". Da questo momento comincia il
gran boom della coscienza e nel boom della coscienza c'è una fashion,
una fascinazione del mistero, per quello che è considerato lo zoccolo
duro nello studio della coscienza, che non consiste nello spiegare un
fenomeno o una capacità o un'abilità cognitiva qualsiasi, considerata
difficile, ma essenzialmente a portata di mano per la ricerca
scientifica. Il problema duro è: che cosa ci permette di dire che c'è
un'emergenza della coscienza? Che cos'è la coscienza? Si vede bene che
questo problema apre tutta una serie di discussioni filosofiche
estremamente agitate, a volte addirittura violente. Si organizzano dei
convegni. Per esempio il mese di aprile sono stato invitato a un grande
congresso che costituisce un momento di incontro, biennale, su questi
problemi, all'Università di Tucson in Arizona, sul tema "Verso una
scienza della coscienza", a cui hanno partecipato centomila persone e si
sono confrontate tutte le opzioni filosofiche in un dibattito veramente
assai largo. Ma adesso vorrei passare a un altro capitolo.
2. Ci può dire quali sono le ipotesi
dominanti sul tema della coscienza oggi.
Anche se il panorama è assai vasto, si
possono individuare certe preferenze. Non è difficile immaginare le
ipotesi dominanti, perché negli scienziati, nei ricercatori continua a
prevalere uno spirito, una tendenza un po' riduzionista - non lo dico in
senso peggiorativo -, nel tentativo di ricondurre il problema della
coscienza a una spiegazione puramente materialista. Questo è il
programma delle neuroscienze, anzi delle neuroscienze cognitive. Parlo
di neuroscienze cognitive perché non si tratta soltanto dello studio del
cervello, come nelle neuroscienze, ma dei nuovi metodi di mappatura
[imagerie] cerebrale. I nuovi metodi per studiare il cervello in diretta
nell'uomo, in maniera non invasiva, permettono di porre questioni
cognitive senza toccare la persona e al tempo stesso di avere accesso ai
correlati neuronali. Dunque per la prima volta si può mettere un uomo
sulla macchina IRM funzionale, dirgli: chiudi gli occhi e immagina il
tuo cane che che passa per strada e simultaneamente registrare
l'attività [cerebrale], vedere che risultato dà, e poi confrontarlo con
il risultato che si ottiene mostrandogli la fotografia del cane per
vedere che differenza c'è tra l'immaginare e il percepire. Tali
questioni, che fino a qualche anno fa non potevano né meno essere poste,
in quanto riguardano l'immaginazione e la vita mentale, sono assai
vicine all'esperienza vissuta.
3. Quali tecnologie hanno permesso i
cambiamenti nella sperimentazione avvenuti recentemente. Quali nuove
tecniche, in particolare, li hanno resi possibili?
Quando ci si riferisce a queste tecniche,
in generale si pensa a dei metodi di mappatura [imagerie] cerebrale,
capaci di prendere il cervello come un tutto e di usare diversi tipi di
segnali, che permettono di ricostruire l'immagine di quello che avviene
all'interno del cervello, senza toccare la persona. Ce ne sono
essenzialmente tre. La prima, la più nuova è la risonanza magnetica, la
IRM [imagerie par résonance magnétique], e in particolare la IRM
funzionale, che ci mette in grado di misurare i cambiamenti
nell'alimentazione emodinamica delle diverse parti del cervello, che si
accendono nella realizzazione di un compito. Si ottengono così le
immagini che il pubblico ha già potuto vedere: un cervello con piccole
macchie di colore, come un albero di Natale, che corrispondono per
esempio all'atto di alzare un braccio o di avere un ricordo. Queste
immagini erano impensabili fino a qualche anno fa. Secondo metodo:
abbiamo immagini un po' più pesanti, immagini ottenute con un'emissione
di positroni, iniettando una sostanza che libera particelle radioattive.
È come uno scanner, di quelli che si usano per le analisi cliniche, che
serve a ricostruire l'emissione delle particelle e a restituire
un'immagine dell'attività del cervello. E infine, last but not least, lo
studio delle attività di superficie del cervello dispone oggi di
apparecchi per fare magnetoencefalogrammi, che permettono di misurare i
minuscoli campi magnetici che si trovano alla superficie della testa.
Questi campi magnetici, estremamente precisi, mediante un trattamento
matematico dei dati, forniscono un'immagine dinamica dei processi
cerebrali, che possono essere osservati da un'angolatura nuova. La
combinazione di questi tre sistemi, la magnetoencefalografia, il PET
[Positron Émission Tomographie] e l'IRM [Imagerie par Résonance
Magnétique], Mappatura di Risonanza Magnetica, è l'insieme delle
tecniche che rendono possibile la nuova mappatura [imagerie] cerebrale.
Evidentemente si continuano a praticare le tecniche in uso già da lungo
tempo, come la registrazione delle cellule per cui si inseriscono degli
elettrodi all'interno del cranio. Questa è la neuroscienza classica, che
si avvale della neurochimica e della neuroanatomia. Le nuove tecniche
invece appartengono alle neuroscienze cognitive, perché permettono
appunto di porre questioni propriamente cognitive su un substrato
neurologico o, più precisamente, neuronale estremamente concreto. La
distanza tra coloro che lavoravano sul versante della psicologia e
coloro che lavoravano sul versante delle neuroscienze è molto diminuita,
è divenuta pressoché inesistente: si lavora contemporaneamente sui due
versanti. È questo uno dei motivi per cui si assiste alla rinascita
degli studi sulla coscienza, ed è anche la ragione per cui le
neuroscienze hanno un ruolo centrale nei dibattiti sulla coscienza. Le
persone più influenti, le voci più ascoltate sono proprio quelle come la
mia e di molti altri che facciamo ricerche di laboratorio, operando
sulla base delle neuroscienze cognitive, che sembrano fornire gli
argomenti più diretti per legare l'esperienza e la coscienza al loro
substrato biologico e cerebrale. Il problema è che la maggior parte dei
miei colleghi scienziati, come dicevo poco fa, propendono per il
programma riduzionista, e sono mossi dal desiderio di trovare la
coscienza da qualche parte, di trovare i circuiti o il luogo della
coscienza o, per usare la parola-chiave, i correlati neuronali della
coscienza - in inglese the neuronal correlates of consciousness, per cui
viene universalmente usata l'abbreviazione NCC - sempre in base alla
speranza che i correlati neuronali della coscienza siano a portata di
mano e che, magari con un duro lavoro, sia possibile trovarli. Per
esempio uno scienziato del più alto livello, come Sir Francis Crick,
premio Nobel, scopritore con Watson della struttura del DNA, che ha
dedicato una vita allo studio del cervello, è convinto di aver
identificato i circuiti responsabili dei fenomeni di coscienza, e ha
scritto un libro intitolato L'ipotesi misteriosa, in cui si dice tra
l'altro: abbiamo scoperto che noi, con la nostra vita, la nostra
esperienza, non siamo che a bunch of neurones, un fascio di neuroni.
Ecco un pensiero decisamente riduzionista. Non sto facendo una
caricatura, riprendo le parole e le scelte di uno scienziato di grande
statura, non di un tizio qualsiasi che non ha dato nessun contributo
alla scienza. Dunque la nozione di un correlato neuronale della
coscienza è veramente la posta in gioco essenziale. In che cosa
consistono i correlati neuronali della coscienza? Sono stati trovati, o
li dobbiamo ancora trovare? È possibile o impossibile? Questo è il
dibattito fondamentale.
4. Qual è la sua posizione personale -
che immagino antiriduzionista - in questo dibattito?
C'è una tendenza, un vettore riduzionista,
in cui la nozione di NCC occupa veramente la maggior parte dei dibattiti
e delle discussioni. Ma alcuni di noi - parlo a titolo personale, ma
evidentemente non sono solo, anche se siamo sempre un po' in minoranza -
pensano che la questione posta in questi termini non ha soluzione, per
la semplice ragione che il vissuto in quanto tale è per principio
logicamente ed empiricamente irriducibile a una funzione neuronale. È
quello che si chiama il problema duro della coscienza. Ciò che
appartiene al vissuto ha uno statuto o una natura che non è spiegabile
in termini di sistema neuronale.
Se ne può trovare un correlato, ma
questo correlato non cambia assolutamente il fatto che il lato
fenomenico [phénoménal] resta quello che è, un'apparizione
fenomenica [phénoménal], un accesso fenomenico
[phénoménal] alla mia coscienza.
Dunque bisogna mettere la
discussione in termini diversi, tenendo presente il fatto che il
dibattito sulla coscienza è cominciato e si è sviluppato per la maggior
parte negli Stati Uniti, dove la filosofia della scienza dominante che
si chiamaphilosophy of mind, è una filosofia di tipo analitico, che si
interessa essenzialmente a dare buone definizioni delle categorie e
degli oggetti, mentre il mio background filosofico è piuttosto quello
della tradizione fenomenologica.
Nella tradizione fenomenologica il
punto di partenza è la natura del vissuto e la spiegazione materiale del
mondo, la spiegazione delle relazioni tra l'elemento fenomenico[le
phénoménal] e il mondo.
Non si tratta in alcun modo di un tentativo
di riduzione o di un tentativo di dissolvere l'elemento fenomenico
[le phénoménal] nell'empirico, perché sarebbe un'impresa
destinata a fallire.
Qual è l'alternativa?
L'alternativa è in un certo senso evidente
- non direi banale, ma evidente - solo che vi si rifletta adeguatamente.
Perché?
Perché quando dico che la coscienza è il
vissuto, non parlo di qualcosa che esiste solo nella mia testa. Non
posso mettermi alla ricerca della coscienza a partire da un tratto di
circuito cerebrale. La coscienza non appartiene, per così dire, a un
gruppo di neuroni, appartiene a un organismo, appartiene a un essere
umano, a un'azione che si sta vivendo. Non è proprio la stessa cosa.
Che cosa vuol dire precisamente?
Vuol dire che non si può avere una nozione
della coscienza e della maniera in cui emerge, se non si prende in
considerazione il fatto che il fenomeno della coscienza appare in un
organismo ed è legato ad almeno tre cicli permanenti di attività. In
primo luogo è connesso in permanenza con l'organismo. Si dimentica
troppo facilmente che il cervello non è un fascio di neuroni sezionati
in laboratorio, ma esiste all'interno di un organismo impegnato
essenzialmente nella propria autoregolazione, nella nutrizione e nella
conservazione di sé, che ha fame e sete, che ha bisogno di rapporti
sociali. Alla base di tutto ciò che pertiene all'integrità degli
organismi, c'è infine il sentimento dell'esistenza, il sentimento di
esserci, di avere un corpo dotato di una certa integrità, appunto. Per
un aspetto essenziale la coscienza rientra nell'attività permanente
della vitalità organismica che, muovendosi sullo sfondo del sentimento
di esistere, è continuamente permeata, attraversata, da emozioni,
sentimenti, bisogni, desideri.
In secondo luogo è evidentemente in
collegamento [couplage] diretto col mondo, o in interazione col
mondo, attraverso tutta la superficie sensorio-motrice. Io ho coscienza
del bicchiere, nel senso che, quando vedo il bicchiere, dico: ho
coscienza di questo bicchiere. Ma il bicchiere non è un'immagine nella
mia testa, di cui io debba prendere coscienza dall'interno, Si è
scoperto che il bicchiere - questa è buona neuroscienza - è inseparabile
dall'atto di manipolarlo.
L'azione e la percezione costituiscono
un'unità e il mondo non esiste, se non in questo ciclo, in questo
collegamento [couplage] permanente. Io amo dire che c'è un'interazione
col mondo e che il mondo emerge solo grazie a questo collegamento
[couplage] che è una fonte permanente di senso. È un'evidenza veramente
massiccia, che si è costituita a partire dallo studio dei bambini, dalla
neurofisiologia della corteccia motoria e sensoriale, e via di seguito.
Ne potremmo parlare per diverse ore.
Quando parlo di contenuti di
coscienza, e dico di vedere un bicchiere, il volto di un amico, il
cielo, non parlo di un tratto di circuito [circuiterie] neuronale
che capta un'informazione dal mondo e ne fa un correlato della
coscienza, sto parlando di qualcosa che è necssariamente decentrato
[excentré], che non è nel cervello, ma nel ciclo, tra l'esterno e
l'interno, non esiste che nell'azione e nel ciclo, nello stesso modo in
cui il sentimento d'esistenza vive nel ciclo tra l'apparato neuronale e
il corpo. Ma c'è ancora una terza dimensione, valida soprattutto per
l'uomo - ma anche per i primati superiori - il fatto di essere
strutturalmente concepiti per avere rapporti con i nostri congeneri, con
individui della stessa specie, l'abilità innata, di un'importanza
assolutamente centrale, che costituisce l'empatia, di mettersi al posto
dell'altro, di identificarsi con l'altro.
Il rapporto tra madre e
bambino non è che una faccenda di empatia.
Non soltanto
nell'infanzia, ma per tutto il resto dell'esistenza, la vita, la vita
mentale, la vita della coscienza, la vita del linguaggio o la vita
mediata dal linguaggio, l'intero ciclo dell'interazione empatica
socialmente mediato, io non posso separarlo da ciò che chiamo coscienza.
Dunque ancora una volta non è all'interno della mia testa che tutto
questo si svolge, ma in modo decentrato [excentré], nel ciclo.
Il problema del neuronal correlate of consciousness è mal posto,
perché la coscienza non è nella testa. Per esprimersi concisamente, la
coscienza è un'emergenza che richiede l'esistenza di questi tre
fenomeni, di questi tre cicli: con il corpo, con il mondo e con gli
altri. I fenomeni di coscienza possono esistere solo nel ciclo, nel
decentramento che esso comporta. Qual è in tutto questo il ruolo del
cervello?
Evidentemente il cervello ha un ruolo centrale, perché -
la cosa si può dire molto bene in inglese, con una espressione difficile
da tradurre - è the enabling condition, la condizione di possibilità.
Ripeto ancora una volta che la coscienza non è un segmento di circuiti
cerebrali, ma appartiene a un organismo incessantemente coinvolto nei
differenti cicli e che quindi è un fenomeno eminentemente distribuito,
che non risiede solo nella testa. Il cervello da parte sua è essenziale
perché contiene le condizioni di possibilità perché questo avvenga. È
meraviglioso. La meraviglia del cervello è che permette per esempio il
coordinamento sensorio-motore di tutta l'interazione, la regolazione
ormonale che assicura il mantenimento dell'integrità corporea, e così
via. Ma la nozione di neuronal correlates of consciousness in quanto
tale è, per usare le parole di Alfred Norton Whitehead, "una
concretizzazione inopportuna". Non si può fare questa mossa senza
escludere simultaneamente molti fatti importanti. Dunque la mia è una
posizione antiriduzionista, ma al tempo stesso una posizione assai
meglio fondata. Questo riguarda la nozione di ciclo, ma come la
coscienza emerga dal ciclo è una nozione assai fluida.
5. Lei parla di emergenza. Ci può
spiegare meglio come funziona questo concetto nelle neuroscienze?
Sì, certo. In effetti la nozione di
emergenza in tutto quello che ho detto e in tutto quello che penso
riguardo a queste cose - né sono solo a pensarlo - è una nozione
assolutamente centrale, in mancanza della quale si continua a restare,
come accade nella maggior parte dei casi, in una visione dualista del
genere body/mind, e non si arriverà mai a comprendere come un'attività
di tipo sia cognitivo, sia cosciente possa essere collegata a una base
materiale, senza essere ridotta a un'influenza materiale, come sia
possibile un approccio non riduzionista alle basi materiali [della
coscienza].
Come dev'essere intesa al nozione di
emergenza?
Ancora una volta bisogna gettare uno
sguardo sulla storia, perché si tratta di una nozione che proviene dalla
fisica, che, dall'inizio del secolo, si è sviluppata assieme alla
fisica. Proviene dall'osservazione delle transizioni di fase o
transizioni di stato o per dirlo più chiaramente di come si passa da un
livello locale a un livello globale.
Faccio un esempio banale. Sono
in circolazione [nell'atmosfera] innumerevoli particelle d'aria e
d'acqua e tutt'a un tratto per un fenomeno di autoorganizzazione -
questa è la parola chiave - diventano un tornado, un oggetto che
apparentemente non esiste, non ha vera esistenza, perché esiste soltanto
nelle relazioni delle sue componenti molecolari. Nondimeno la sua
esistenza è comprovata dal fatto che distrugge tutto quello che incontra
sul suo passaggio. Dunque è un curioso oggetto.
La nozione di
emergenza ha avuto molti sviluppi teorici e in biologia si trova che i
fenomeni di emergenza sono assolutamente fondamentali. Perché? Perché ci
permettono di passare da un livello più basso a un livello più alto,
all'emergenza di un nuovo livello ontologico.
Quello che era un
ammasso di cellule improvvisamente diventa un organismo, quello che era
un insieme di individui può diventare un gruppo sociale, quello che era
un insieme di molecole può diventare una cellula. Dunque la nozione di
emergenza è essenzialmente la nozione che ci sono in natura tutta una
serie di processi, retti da regole locali, con piccole interazioni
locali, che messi in condizioni appropriate, danno origine a un nuovo
livello a cui bisogna riconoscere una specifica identità.
Qui la
parola identità è importante. Quando si parla di una certa identità
cognitiva, si pensa per esempio al fatto di un cane che si sposta, che
decide se andare a destra o a sinistra, che ha un certo temperamento o
un certo comportamento, una vita individuale. Si può dire benissimo che
questa è la vita mentale, la vita cognitiva del cane: preferisce,
sceglie, si ricorda ecc. ecc.
Dove ha origine tutto questo?
Nella visione delle neuroscienze l'origine
è in quella serie di interazioni, dunque nelle sue percezioni-azioni,
nel collegamento [couplage] con il mondo, che fa emergere il livello
transitorio di un aggregato, da una specie di assemblaggio di tutti i
moduli particolari che sono la percezione in quanto tale, l'azione in
quanto tale, ecc. ecc. mettendoli insieme in una unità coordinata che
sarebbe la vita cognitiva del cane. Qui c'è un salto. Per noi è lo
stesso. La nostra identità in quanto individui è di una natura del tutto
peculiare. Da un lato si può dire che esiste.
Mi dicono: Buongiorno,
Francesco, ed io sono capace di rispondere, di avere delle relazioni con
gli altri. Dunque c'è una specie di interfaccia, di collegamento
[couplage] col mondo, che dà l'impressione di un certo livello di
identità e di esistenza. Ma al tempo stesso questo processo è di natura
tale che appunto, come in tutti i processi emergenti, io non posso
localizzare questa identità, non posso dire che si trovi qui piuttosto
che là, la sua esistenza non ha un locus, non ha una collocazione
spazio-temporale.
È difficile capire che si tratta di una identità
puramente relazionale e così nasce la tendenza a cercare i correlati
neuronali della coscienza, per trovarli nel neurone 25 o nel circuito
27. Ma non è possibile, perché si tratta di una identità relazionale,
che esiste solo come pattern relazionale, ma è priva di esistenza
sostanziale e materiale. Il pensiero che tutto quello che esiste deve
avere esistenza sostanziale e materiale è il modo di pensare più antico
della tradizione occidentale ed è molto difficile cambiarlo.
Atomista, dunque?
Atomista se si vuole, ma soprattutto è un
modo di vedere che si trova alla radice della filosofia materialista. Il
fisicalismo più diffuso pretende che la sola esistenza è quella
materiale. Ora il fatto interessante è che proprio in ambito scientifico
e non filosofico, prima nella scienza e solo in un secondo tempo in
filosofia, è stata scoperta la nozione di emergenza. Che si possano dire
oggi molte cose, che si possano impiantare anche delle equazioni su
queste transizioni da un livello all'altro, dal locale al globale, per
cui de facto la vita è qualcosa di troppo, una maniera d'essere nella
natura che non è sostanziale ma, per così dire, virtuale - efficace ma
virtuale - è una rivoluzione scientifica della più grande importanza.
6. Accetta in questo caso di definirsi
olista?
Il termine olista è superato, a mio avviso,
perché risale all'epoca in cui c'è stato lo scontro tra l'idea che si
potesse realizzare un programma riduzionista forte e una nozione
filosoficamente motivata dall'esigenza di reagire contro quel programma.
Qui non si tratta di olismo, ma di buona scienza. Si tratta di osservare
una gran quantità di processi naturali, lo sviluppo e il funzionamento
del cervello, l'organizzazione del sistema immunitario, l'organizzazione
dei sistemi ecologici, che non possono essere capiti se non si prende in
considerazione la dialettica tra i due livelli, che l'olismo non ha mai
veramente compreso. Dunque il termine olismo non è veramente
appropriato. Quando parlo di emergenza, parlo di qualcosa che è centrale
nella ricerca scientifica contemporanea, anche se molti non ne hanno
ancora colto l'importanza. È un problema assolutamente essenziale - e
con questo chiudo questo piccolo a parte epistemologico - perché ciò che
c'è di geniale nella nozione di emergenza è che, se da un lato un gruppo
di neuroni in interazione con il mondo danno origine a una attività
cognitiva, dall'altro, come in tutti i processi di emergenza naturale,
una volta che ha avuto luogo l'emergenza di una nuova identità,
quell'identità ha degli effetti, ha delle ricadute [causalité
descendente] sulle componenti locali.
Che cosa vuol dire?
Vuol dire che il concetto di emergenza ci
permette per la prima volta di pensare la causalità mentale. Il mentale
non è più un epifenomeno, non è più una specie di fumo che esce dal
cervello. Al contrario, si può dimostrare scientificamente, logicamente
e anche matematicamente che l'esistenza, l'emergenza di uno stato
mentale, di uno stato di coscienza, può avere un'azione diretta sulle
componenti locali, cambiare gli stati di emissione di un
neurotrasmettitore, cambiare gli stati di interazione sinaptica tra
neuroni e così via.
Questo vuol dire che c'è un vero va-e-vieni tra
ciò che emerge e le basi che ne rendono possibile l'emergenza, che
impone di fare una descrizione completamente diversa del posto della
coscienza e della cognizione in generale - ma certamente della coscienza
- nell'universo, non come livello fluttuante, ma come parte intrinseca
della natura, come parte intrinseca alla dinamica del mondo naturale. È
questo che mi piace e che ci fa avanzare rispetto alla perenne
ripetizione di un dualismo che non porta da nessuna parte, senza dover
ricorrere al riduzionismo, e senza che la coscienza perda il suo statuto
fenomenologico [phénoménal], il suo statuto proprio.
7. Tuttavia è abbastanza diffusa l'idea
che il compito essenziale della scienza, di qualsiasi scienza, è di fare
previsioni, di prevedere i fenomeni. Lei è d'accordo? Lei pensa che il
suo approccio, che si basa sulla nozione di emergenza e su altri
concetti non riduzionisti, può realmente aumentare la capacità o la
forza predittiva delle neuroscienze? In caso contrario, questo potrebbe
costituire un'obiezione al suo approccio: si potrebbe sostenere che è
più verisimile, ma che forse non contiene in definitiva una capacità di
previsione più forte dell'approccio riduzionista.
È giusto porre questa domanda e spesso
viene posta. Ecco come stanno le cose. Quando dominava il paradigma
delle scienze fisiche, veniva qualcuno in un congresso a dire: ho una
buona teoria per prevedere la traiettoria degli elettroni. Gli veniva
chiesto allora di fare una previsione, di prevedere la traiettoria di un
elettrone e mostrare di conoscerne esattamente la posizione [in un dato
momento]. Eccellente metodo fondato sull'anticipazione e la previsione.
La fisica, con Einstein e la teoria della relatività, lo ha sfruttato in
modo geniale. Ma attenzione! Sarebbe un riflesso puramente fisicalista
pensare che questo è il solo metodo con cui la scienza procede. Perché?
Perché appunto nel campo delle scienze della natura diverse dalla
fisica, per esempio nelle scienze del vivente, non è questo che ci
interessa. Poniamo che io dica: ho una perfetta comprensione di come
questo cane cammina. Che interesse ha prevedere in che istante muoverà
la zampa destra, se nell'istante t o t1. Sembra qualcosa di
assolutamente banale. Qual è la prova che ho ragione, che la mia teoria
è buona? È il fatto che posso ricostruire un cane capace di muoversi. Ci
sono nella scienza due approcci: l'approccio predittivo e quello che
possiamo chiamare l'approccio costruttivo. Per avere ragione dovete
essere in grado di costruire un apparecchio capace di movimenti come
quelli del cane. È qualcosa di assai più convincente che anticipare il
movimento della zampa destra del cane. Questo è il punto: non bisogna
dimenticare che è questo il modo con cui procede oggi la scienza.
Si
procede così nell'interfaccia tra le neuroscienze e [le teorie
del]l'intelligenza artificiale. L'intelligenza artificiale è in gran
parte la prova costruttiva delle teorie nate nel campo delle
neuroscienze: per esempio, fare dei robots capaci di orientarsi in un
mondo.
Gli scienziati che costruiscono questo tipo di automi si
ispirano alla biologia, ma la prova che la teoria è buona è che il robot
cammina.
Non è interessante tanto prevedere il punto esatto in cui
effettuerà un certo movimento, quanto che la capacità qualitativa di
compierlo emerga e si manifesti. Dunque la prova mediante l'emergenza,
la prova dell'emergenza è la costruzione, non la previsione.
8. Ma si può veramente costruire un
vivente, - dato che un robot non è un vivente - si possono ricostruire
realmente degli organismi viventi a partire dall'inorganico?
Assolutamente sì. Ci siamo molto vicini,
molto, molto vicini, precisamente perché esistono teorie dell'emergenza
della cellula. Ci sono in questo campo risultati recenti assolutamente
straordinari, come la produzione di cellule di sintesi, diverse dalle
cellule storiche perché impiegano componenti diverse. Per la stessa
ragione si può tentare di riprodurre tutto lo sviluppo di un animale
multicellulare, sulla base di cellule disaggregate. Se si ha una buona
teoria dell'emergenza, della forma di un embrione, la si può applicare.
È sempre esattamente lo stesso ragionamento e dunque in questo tipo di
prova non c'è assolutamente meno rigore che nel vecchio tipo di prova
che è proprio della fisica. Dunque si tratta veramente di cambiare
campo.
9. Il costruttivismo è dunque una
conferma del determinismo più stretto, o al contrario fa posto, come mi
sembrava di aver capito all'inizio del suo discorso, a una specie di
indeterminismo evenemenziale?
Tutto dipende da che cosa si intende con
"determinismo".
Se "determinismo" vuol dire che si conoscono le
leggi fondamentali dell'universo, che ci permettono di comprendere come
certi fenomeni - tra cui mettiamo la coscienza - emergano, allora sì
effettivamente da questo punto di vista si tratta di un approccio
determinista.
Ma non è determinista nel senso laplaciano del
termine, perché la previsione non è interessante e né meno possibile.
Sono fenomeni complessi: la maggior parte dei fenomeni emergenti
sono detti "non lineari", perché funzionano appunto su basi che non
permettono la previsione, sono di tipo caotico. In questi casi la
previsione in quanto tale non è interessante. Io non posso calcolare
quello che un dato individuo penserà in un istante successivo, perché
questo fa parte appunto della logica, della legge di emergenza del suo
pensiero.
10. Lei ha detto di essere stato
influenzato filosoficamente dalla fenomenologia, ed ha accennato ad una
specie di va e vieni tra fenomenologia e neuroscienze. Ci può spiegare
meglio la sua storia intellettuale?
Sì. Evidentemente quando ci si interessa,
come mi sono interessato io, a questo genere di problemi, concernenti la
cognizione e la coscienza, si è sempre sostenuti anche da un interesse
filosofico. Assai presto ho subito una marcata influenza della filosofia
continentale e in grande misura proprio della fenomenologia...
... per questo ha scelto di lavorare in
Francia, piuttosto che negli Stati Uniti o in Inghilterra?
Ci stavo arrivando. Dopo mi sono recato
negli Stati Uniti per completare la mia formazione e lavorando parecchi
anni in quel paese mi sono reso conto che l'orientamento continentale o,
se si preferisce, europeo, che avevo appreso nella mia giovinezza, non
era l'unico. Ho dovuto iniziarmi a un approccio completamente diverso
alla filosofia, che gli americani chiamano philosophy of mind, filosofia
della mente, una filosofia di tipo francamente analitico, improntata a
uno spirito del tutto diverso, in antagonismo, in guerra con la
filosofia continentale. Ci è voluto del tempo perché mi abituassi a
questo tipo di pensiero e, man mano che il tempo passava, mi sono reso
conto che quel tipo di filosofia non mi si addiceva affatto, anche se a
quel tempo era francamente dominante nel campo delle scienze cognitive.
I filosofi, i grandi filosofi, che dominavano la scena, Daniel
Dennett, John Searle, venivano dalla tradizione della philosophy of
mind, che a me non diceva molto, anche perché ormai avevo deciso di
lasciare gli Stati Uniti per venire in Europa. Una volta installato in
Europa, mi sono accorto che era effettivamente molto più interessante
per me a livello dei miei incontri, delle mie partnership, quella
filosofia che non avevo trovato negli Stati Uniti, dove lavoravo molto
più solo.
C'era infatti in quel momento una vera rinascita della
fenomenologia.
La fenomenologia era stata considerata per anni dal
pubblico - non certo dagli studiosi, ma dal pubblico - come una
filosofia che consisteva soprattutto nel commento di testi
specialistici, di libri polverosi, che nessuno leggeva. Ma in realtà la
fenomenologia è soprattutto - a partire da Husserl, che ne è il
fondatore - uno stile di lavoro, una maniera di lavorare completamente
aperta a nuovi dati, a nuovi orientamenti. Bisogna sapere che c'è tutta
una nuova generazione, che prende la fenomenologia come uno strumento di
lavoro, per lo studio di questioni cognitive ...
... nella scienza?
... nella scienza, appunto.
Perché?
Perché serve, è di aiuto. Mi permetta di
fare un esempio. Si parlava prima della riconcettualizzazione della
percezione, degli oggetti del mondo.
Fino a poco tempo fa si aveva
un'idea rappresentazionista della percezione.
Là c'è il bicchiere e
dentro di me ho un'immagine. L'idea fondamentale che attualmente abbiamo
di questa esperienza è di una inseparabilità dell'atto e della
percezione. Adesso si scopre, tra l'altro che Husserl e Merleau-Ponty
hanno esaminato a lungo questi argomenti e hanno estesamente tematizzato
l'inseparabilità di percezione e di azione.
Se si legge, per
esempio, quello straordinario libro di Husserl che s'intitola Ding und
Raum, Cosa e spazio, dove descrive in tutti i particolari il modo in cui
le cinestesie del corpo vanno a costituire un oggetto, si vede
l'incredibile finezza d'osservazione, propria del fenomenologo, con cui
mostra cose che oggi vengono confrontate - e concordano perfettamente -
con i risultati delle neuroscienze. Lo stesso non si può dire dei
filosofi analitici, che si sono formati su un'analisi puramente esterna
e non sono mai entrati in un confronto diretto con i dati empirici. Ne
consegue che c'è sempre più la tendenza a fare della fenomenologia una
fonte di riflessione, tanto più se ci si interessa alla coscienza, che è
per così dire lo zoccolo duro della fenomenologia, alla descrizione
delle strutture della coscienza, alla maniera in cui, con il metodo
della riduzione fenomenologica - che non ha niente a che vedere con il
riduzionismo fisicalistico -, con il metodo di osservazione e di analisi
fenomenologica, si può cogliere l'elemento centrale nelle strutture
dell'esperienza umana.
Oggi nel boom della coscienza, delle scienze
della coscienza, c'è un ritorno molto forte al metodo "in prima
persona", che un tempo si chiamava introspettivo, metodo capace di
prendere in considerazione i dati del vissuto personale, per portare
avanti un esperimento.
È quello che si fa nei laboratori. A chi ha
questo tipo di interessi la fenomenologia viene incontro in laboratorio
come partner naturale della sua ricerca.
11. Bisogna ricordare che Husserl ha
scritto anche La crisi delle scienze europee. Lei pensa che le scienze
europee possono superare la crisi denunciata da Husserl. Lei pensa che
il progetto delle neuroscienze cognitive sia più forte?
Ascolti. Husserl è un pensatore multiforme
e certe sue opere sono state pubblicate solo recentemente. C'è ancora
una grande quantità di inediti, e secondo me, se si legge un libro come
Analisi delle sintesi passive, che è stato pubblicato nel 1966, si può
evitare di prendere alla lettera il pessimismo dell'Husserl che scrive
La crisi.
Io non sono - e lo stesso vale per la nuova
generazione di coloro che si interessano alla fenomenologia - un
Husserl's scholar.
Husserl è un uomo che detto delle cose geniali,
che fatto dei lavori geniali, ma ci sono molte altre cose sue meno
interessanti. Non importa. Quello che importa è il suo stile, l'impulso
che ha impresso alla ricerca, a cui altri contribuiscono. Dunque non si
può essere d'accordo o in disaccordo con tutto quello che ha detto,
perché ha detto tante di quelle cose che c'è spazio per l'uno e per
l'altro atteggiamento. Bisogna mettere da parte l'idea che i filosofi
siano monolitici. Secondo me filosofi come Husserl o Merleau-Ponty
devono darci delle ispirazioni per il nostro lavoro.
12. Allora Lei crede che c'è una
rinascita della fenomenologia anche nelle scienze? In quale dominio
scientifico si verifica, secondo Lei, questa rinascita o è in qualche
modo disseminata?
Questo rinnovamento della fenomenologia,
che si interfaccia con la scienza, riguarda molti campi, ma in modo
prioritario il campo delle scienze cognitive e lo studio della
coscienza.
Da per tutto?
Sia negli Stati Uniti che in Europa. Sono
stati pubblicati recentemente dei libri, si sono tenuti convegni e
seminari a Parigi, dunque c'è già una letteratura abbastanza
considerevole. La fenomenologia si interfaccia anche con la matematica e
la fisica matematica. È un fatto, in un certo senso, comprensibile. Ma
la sua penetrazione nell'universo delle scienze cognitive è molto
interessante, e sta cambiando i dati del dibattito. Adesso nei convegni
americani si sente dire: bisognerebbe invitare anche scienziati con un
background fenomenologico. Si comincia a capire che la filosofia della
mente non è l'unica opzione, e che la sua egemonia è stata scossa. È una
cosa che fa riflettere. I giovani sono sempre più interessati.
Ci sono fenomenologi viventi a cui si
sente vicino?
Sì, ce ne sono.
Lei ha citato finora solo Husserl e
Merleau-Ponty, che sono ...
... dei classici.
Potrebbe citarne qualcuno di più
recente, di più "cutting edge"?
Ce ne sono di molto noti come Eduard
Marbach, in Svizzera, di formazione husserliana, che si interessa molto
all'interfaccia e che ha scritto su questo tema un libro molto
interessanteintitolato Mental representations. Su un'altra linea,
di un'altra scuola è l'americano Hubert Dreyfus, che ha avuto un grande
successo per le critiche che ha mosso, da un punto di vista
fenomenologico, alle scienze cognitive.
Tra i giovani, c'è un tipo
negli Stati Uniti che mi sembra già molto importante. Si chiama Shaun
Gallagher, studioso sulla trentina, con una buona formazione come
fenomenologo e al tempo stesso come filosofo analitico, che conosce
molto bene il campo della ricerca empirica ed è molto attivo.
Un
giovane filosofo canadese con cui lavoro molto, Evan Thompson, ha anche
lui una doppia formazione, come fenomenologo e come filosofo analitico,
ma conosce anche i problemi della scienza. Infine c'è un giovane
filosofo danese molto competente, Dan Zahavi.
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